Luis Lema, Le Temps, 16 settembre 2026
Da quarant’anni, il cronista/columnista di Haaretz documenta la vita dei palestinesi in Cisgiordania. In vista delle elezioni del 27 ottobre, non si fa alcuna illusione: «Israele offre 50 sfumature di destra».

Da quattro decenni, il giornalista israeliano Gideon Levy fa vivere il dramma palestinese nelle colonne del giornale Haaretz. Dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e dalla distruzione di Gaza, non è stato invitato una sola volta sui set delle televisioni israeliane, pur brulicanti di dibattiti. Ciò nonostante, continua il suo lavoro, molto critico verso le autorità israeliane. Invitato a Ginevra dal Club svizzero della stampa, dal Graduate Institute e dall’ICAM, vi terrà una conferenza giovedì 17 settembre.
Una recente inchiesta pubblicata dal suo giornale ha mostrato che Benjamin Netanyahu era stato informato prima del 7 ottobre dell’imminenza dell’attacco. Questo ha provocato sommovimenti in Israele?
È vero, quell’inchiesta mostra che Benjamin Netanyahu era al corrente dell’attacco. Ma ciò che mi sembra ancora più importante è che stabilisce che Netanyahu ha rifiutato di trovare un accordo con Hamas, nonostante le aperture di quest’ultimo. In parole povere, significa che tutte queste tragedie avrebbero potuto essere evitate. È tanto più impressionante in quanto ciò si ripete, ancora e ancora, nella storia di Israele. Lo abbiamo visto nel 1973, quando [il presidente egiziano] Anwar el-Sadat implorava una soluzione.
Israele disse «no», e abbiamo avuto la guerra del Kippur. Qui lo schema è lo stesso. Gli arabi, in questo caso Hamas, fanno un’offerta equa e Israele risponde: no, solo la guerra, nient’altro che la guerra. In altre parole, non vogliamo alcuna soluzione, né con Hamas, né con l’Autorità palestinese, né con Hezbollah, né con l’Iran: vogliamo la guerra.
A questo si aggiunge in questi giorni il film «NAZA», che ha trionfato alla Mostra di Venezia descrivendo nei dettagli i metodi dell’esercito israeliano a Gaza e il poco conto in cui tiene i civili palestinesi. Il clamore non ha fatto che raddoppiare...
Può dirlo: da alcuni giorni Israele è preso da un’isteria come mai prima. Al punto che alcuni vogliono privare i registi della cittadinanza o che altri si dicono pronti a uccidere loro e le loro famiglie. Non si tratta solo dei settori più a destra, ma dell’intera società che è contro di loro, e praticamente nessuno si è levato per sostenerli. In realtà, più le persone sono arrabbiate e piene d’odio, più sviluppano atteggiamenti fascisti e maccartisti, e più si capisce che qualcosa sta bruciando sotto i loro piedi. Se queste persone fossero davvero convinte che i nostri atti sono giusti, non sarebbero in quello stato di aggressività. Penso che in realtà sia un processo molto sano, anche se molto brutto. Rivela anche il vero volto della società israeliana. In modo quasi magico, questo film è riuscito a rompere il silenzio, a rompere la disconnessione dalla realtà, a rompere la negazione.
Questo isolamento degli autori di «NAZA» lo conosce anche lei. Da quasi quarant’anni, taccuino alla mano, va a incontrare e ascoltare i palestinesi. A parte la sua collega di Haaretz Amira Hass, lei è praticamente l’unico a farlo in tutto Israele...
Ora abbiamo uno o due altri giornalisti, più giovani, che lo fanno anche loro. Ma in effetti, da questo punto di vista mi sento più solo di quanto lo sia mai stato. Israele è cambiato molto il 7 ottobre. Molto, in modo radicale. Nei confronti dei palestinesi, ciò si traduce in un aggravarsi di quel sentimento per cui non rappresentano nemmeno esseri umani. La cosa meno cara in Israele è la vita di un palestinese. Che tu sia un soldato o un colono, non c’è nulla di più facile che sparare a un palestinese. Sai che non ti succederà niente. Se spari a un cane, corri più rischi sia rispetto al sistema giuridico sia agli occhi dell’opinione pubblica israeliana.
Continua ad andare in Cisgiordania?
Ci vado ogni settimana, anche se ormai ci sono 900 posti di controllo che rendono ogni spostamento molto difficile. Trovo degli espedienti, imbroglio qua e là. Ora l’unico pericolo viene dai coloni, la cui violenza peggiora di settimana in settimana. Cerco di evitarli e in generale non ho alcun contatto con loro. Ma possono apparire ovunque, su qualunque strada, e cominciare a spaccare l’auto e a picchiare la gente. Di fronte ai soldati che restano inattivi, sei totalmente alla loro mercé.
È il risultato diretto dell’occupazione prolungata della Cisgiordania?
Più l’occupazione dura, più diventa brutale se vuole farla finita con la resistenza, che a sua volta cresce. La Storia è piena di casi che confermano questa regola. In un’occupazione come questa, che ha un obiettivo molto chiaro di pulizia etnica, ciò non può avvenire senza brutalità. Bisogna persino mostrarsi di una brutalità estrema e spesso barbarica. Non c’è altra possibilità.
È dunque l’occupazione prolungata della Palestina all’origine di tutta questa violenza?
Sa, qualche tempo fa non l’avrei detto in questo modo, ma il sionismo, che ci ha portati a credere che questa terra fosse vuota di abitanti, non ha mai preso in considerazione l’idea di fare qualcosa insieme ai palestinesi. È sempre stato «loro o noi». Sono cresciuto in una casa sionista, e questo processo di comprensione è stato molto lungo per me. Ma ho capito che la soluzione dei due Stati era perduta. E poi ho cominciato a credere in un’unica democrazia tra il fiume e il mare. Ai miei occhi, questo Stato unico esiste già, di fatto, ma è uno Stato di apartheid e bisogna ancora trasformarlo in una democrazia. Dal momento in cui esiste uno Stato ebraico, l’unico ruolo del sionismo è mantenere la supremazia ebraica. Ora, non posso identificarmi con un’ideologia che crede in una supremazia, sia essa nazionale o religiosa.
Sono previste elezioni per il 27 ottobre. La situazione può cambiare?
Una cosa è chiara: Netanyahu non avrà la maggioranza per formare un governo e penso che lo sappia. La questione è sapere se l’opposizione ci riuscirà alleandosi con i partiti arabi, perché in caso contrario ci dirigiamo verso mesi di incertezza e nuove elezioni. Ma in verità non mi aspetto granché da questo voto, tanto è inesistente un’opposizione di sinistra. Una volta ho scritto che la politica israeliana è fatta di 50 sfumature di destra. Non aspettatevi alcun cambiamento da parte di Israele, non accadrà. Non mi piace chiamare il mondo a imporre sanzioni contro il mio paese, ma non vedo altra soluzione. Gli israeliani devono capire che c’è un prezzo da pagare per continuare in questa direzione.
Alcune speranze sembrano tuttavia riposte in Gadi Eizenkot. Si dice di lui che sia l’opposto di Netanyahu...
No, non è il suo opposto. È più onesto, questo è certo. Manipola di meno, mente di meno, ma quanto alle sue posizioni non c’è alcuna differenza. L’Europa tende a ridurre tutto alla personalità del primo ministro. Non vuole detestare Israele, vuole davvero amarci e si aggrappa a ogni occasione. Ma gli israeliani non si sveglieranno una bella mattina dicendosi: «Oh, quello che facciamo è ignobile, mettiamogli fine». Né Yitzhak Rabin né nessun altro ha voluto dare ai palestinesi il diritto di disporre di se stessi e di avere uno Stato. Ben prima del 7 ottobre, l’intero processo di pace è stato destinato solo a facilitare le cose, a rendere l’occupazione più morbida, più comoda, meno brutale. Ma non è questo il problema. Il problema è l’esistenza dell’occupazione, non il suo volto.
NOMI MENZIONATI
Amira Hass, Anwar el-Sadat, Barack Obama, Benjamin Netanyahu, Gadi Eizenkot, Gideon Levy, Luis Lema, Yitzhak Rabin
TAG
Gideon Levy, Luis Lema, Cisgiordania occupata, sionichilismo, negazionismo, apartheid sionista, soluzione di un unico Stato democratico, colonie sioniste, apartheid sionista, 7 ottobre, Palestina/Israele, genocidio di Gaza, Haaretz, Le Temps
Luis Lema è un grande reporter ed editorialista internazionale svizzero, di origine spagnola, giornalista della sezione esteri del quotidiano Le Temps. La sua carriera si estende su oltre trent’anni di copertura dei conflitti mondiali.
1992: esordisce come corrispondente a Madrid, nel momento in cui la Spagna ospita i Giochi olimpici di Barcellona e l’Esposizione universale di Siviglia.
2000: viene nominato corrispondente a Gerusalemme; segue il Medio Oriente all’epoca degli Accordi di Oslo, poi diventa corrispondente di guerra durante la seconda Intifada, un’esperienza da cui trarrà il libro Coprire il disastro.
2008-2013: corrispondente negli USA, periodo segnato dall’elezione di Barack Obama.
In seguito è tornato alla redazione esteri di Le Temps, di cui oggi è uno dei pilastri.
Ha ricevuto il premio Jean Dumur 2026, assegnato dagli Amici di Jean Dumur, che salutano una scrittura «tagliente», «sensibile e lucida» e un impegno tenace nel mantenere l’attenzione sul conflitto israelo-palestinese.



