Video pubblicati dalle milizie di Gaza e tratti dai loro profili Facebook.
Un’inchiesta di Haaretz, basata sulle testimonianze di soldati dell’esercito israeliano, su fonti di Gaza e su immagini satellitari, rivela come Israele stia creando una rete di milizie armate a Gaza.
Yarden Michaeli, Yaniv Kubovich e Jack Khoury, Haaretz, 27 agosto 2026
Grafica: Nadav Gazit
La missione affidata ai soldati era insolita fin dal primo momento, prima ancora che la situazione degenerasse e venissero estratte le armi. Era definita un’«attività coordinata» nella zona di Khan Yunis. I coordinatori erano soldati israeliani in servizio nella Striscia di Gaza e membri di una milizia palestinese armata ostile a Hamas.
Ma in questo contesto la parola «coordinamento» è fuorviante. I soldati non avevano idea di ciò in cui si stavano imbattendo. Solo a posteriori capirono di aver assistito a un meccanismo arbitrale seguito a una controversia interna a una delle milizie attive a Gaza.
«A quanto pare, uno dei membri del clan che era con noi aveva accidentalmente sparato alla moglie di un altro uomo armato», ha raccontato a Haaretz un soldato combattente israeliano a conoscenza dell’episodio. «Davanti ai nostri occhi, lì sul posto, fu stabilito il prezzo e l’altro uomo gli sparò semplicemente alle gambe. Tutti i presenti lo accettarono come se fosse una sentenza legittima. Noi restammo lì, completamente sconvolti».
Questo episodio, avvenuto all’inizio dell’anno, è solo un effetto collaterale della sempre più stretta collaborazione tra l’esercito israeliano e le milizie di Gaza. Un’altra manifestazione di questa confusione di ruoli è la seguente: secondo le testimonianze raccolte da Haaretz, i miliziani circolano liberamente intorno ai numerosi avamposti dell’esercito israeliano istituiti a Gaza. Un ufficiale che ha prestato servizio a Gaza ha detto di aver visto «molti miliziani» visitando alcuni avamposti. Gli uomini armati inscenano prove di forza, le filmano e caricano i video sulle loro pagine Facebook a fini di propaganda e reclutamento.
Da parte loro, l’esercito israeliano e lo Shin Bet proteggono le milizie in ragione della loro opposizione a Hamas e mantengono con esse stretti legami. Tra loro esiste una sinergia fondata sugli interessi. «Che cosa c’è di male? È una buona cosa», ha dichiarato l’anno scorso il primo ministro Benjamin Netanyahu. Fonti di Gaza hanno riferito che l’esercito israeliano ha persino fornito ai miliziani appoggio di artiglieria e droni durante operazioni contro Hamas nella limitata area ancora sotto il suo controllo.
Ma le milizie non agiscono solo contro i combattenti di Hamas, bensì anche contro i gazawi che cercano semplicemente di sopravvivere. Secondo informazioni raccolte dall’ONU, alcuni uomini armati si sono coordinati con l’esercito israeliano per espellere i gazawi dalle loro case. Un ufficiale dell’aeronautica israeliana ha raccontato ciò che vide mentre seguiva le milizie con un drone da sorveglianza e attacco insieme a un agente dello Shin Bet.
«Li abbiamo visti arrivare su due o tre pick-up, molto simili a quelli di Hamas. Si sono messi a correre e a sparare contro la gente», ha detto. «Sono entrati in ogni edificio, hanno saccheggiato tutto ciò su cui riuscivano a mettere le mani, sono usciti con mucchi di roba e poi hanno incendiato la casa».
Negli ultimi mesi Haaretz ha seguito le milizie che Israele sta coltivando. La loro attivazione era già stata riferita dai media locali e internazionali. Ma una mappatura basata su immagini satellitari e video dei social media, insieme a colloqui con palestinesi di Gaza, informazioni raccolte dall’ONU, dichiarazioni pubbliche delle milizie stesse e testimonianze di soldati e comandanti israeliani, rivela profondità ed estensione della cooperazione. Le prove delineano un quadro chiaro: le milizie palestinesi armate sono diventate un braccio operativo dell’esercito israeliano e dello Shin Bet all’interno di Gaza.
Il progetto ha anche implicazioni politiche. Israele afferma che qualsiasi progresso nel piano di Trump per porre fine alla guerra a Gaza dipenda dal disarmo di Hamas. Hamas, dal canto suo, considera le milizie una minaccia e ne esige lo scioglimento prima di procedere al proprio disarmo.
Nel frattempo, sul terreno, suonano i campanelli d’allarme. Poco dopo l’avvio del progetto, alcuni soldati dissero a Haaretz che questa dinamica avrebbe potuto condurre ad atrocità simili al massacro di Sabra e Shatila. L’ufficiale dell’aeronautica che ha parlato con Haaretz ha sottolineato: «Vedi lo Stato d’Israele, l’esercito israeliano e lo Shin Bet mandare milizie armate e addestrate a commettere crimini di guerra, e sono io a doverle proteggere durante le operazioni affinché non vengano colpite».
Il progetto delle milizie di Gaza ha già una storia. Nelle prime fasi della guerra si riferì che Israele stava valutando l’attivazione di clan come autorità alternativa a Hamas. Sullo sfondo vi era l’opposizione del governo israeliano al ritorno dell’Autorità Palestinese a Gaza.
Nel giugno 2025 Netanyahu ammise pubblicamente che «su consiglio dei responsabili della sicurezza abbiamo attivato a Gaza clan che si oppongono a Hamas». Rispondeva alle accuse secondo cui il governo avrebbe armato «criminali affiliati allo Stato Islamico», riferendosi agli uomini di Yasser Abu Shabab, che guidava una milizia nella zona di Rafah e parlava spesso con i media internazionali. Quando fu ferito, sarebbe stato evacuato in Israele per essere curato.
Yasser Abu Shabab è morto, ma il progetto di cui era diventato il simbolo continua a evolversi e ad ampliarsi, in particolare da quando è stato annunciato il cessate il fuoco dell’ottobre 2025. Gaza è stata divisa in due: più della metà sotto il controllo dell’esercito israeliano e il resto sotto quello di Hamas.
Ora a Gaza vi sono cinque importanti gruppi armati, con nomi come Forze Popolari e Forza d’Attacco Antiterrorismo. I video che pubblicano online mostrano talvolta decine di uomini armati e, secondo fonti di Gaza, alcuni gruppi contano ormai centinaia di membri. Ciascuno opera in una zona definita sotto il controllo dell’esercito israeliano, e Haaretz ha individuato un’apparente attività miliziana in una sesta località. I gruppi sono schierati a Beit Hanoun, Shujaiyeh, Deir al-Balah, Khan Yunis e Rafah.
La vicinanza delle basi alla linea di separazione tra l’esercito israeliano e Hamas — la cosiddetta Linea Gialla — permette loro di lanciare facilmente operazioni nel territorio controllato da Hamas. Fonti di Gaza, dichiarazioni delle milizie e notizie dei media internazionali fanno luce sulle loro attività, indicando che negli ultimi mesi sono infuriati scontri tra miliziani e combattenti di Hamas in vari luoghi. I miliziani hanno annunciato di aver ucciso combattenti di Hamas a Rafah. Scontri mortali sono stati segnalati a Khan Yunis e intorno ai campi profughi del centro di Gaza. I miliziani si sono vantati di aver sequestrato armi di Hamas e hanno minacciato di perseguirne i membri.
Soldati hanno detto a Haaretz che le milizie partecipano alle attività operative dell’esercito israeliano. Un ufficiale dell’aeronautica ha affermato che l’esercito invia miliziani in zone difficili da raggiungere, in profondità nel territorio di Hamas, anche per recuperare droni usati nel contrabbando. «Dicono loro: “Portateci il drone e tenetevi quello che c’è dentro”. Che siano armi o droga, prendono tutto».
Un comandante di milizia della zona di Deir al-Balah ha confermato la propria cooperazione con l’esercito israeliano nell’espulsione dei gazawi. «Trasmettiamo alla gente i messaggi della parte israeliana: deve lasciare il posto», ha detto in un video pubblicato a maggio. Nello stesso mese l’Ufficio ONU per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) dichiarò di aver ricevuto segnalazioni di forze miliziane che ordinavano ai gazawi di evacuare e di famiglie sfollate che avevano ricevuto telefonate da persone presentatesi come forze israeliane, le quali intimavano loro di andarsene a breve.
A giugno l’ONU citò gazawi sfollati che dissero di essere fuggiti «quando le forze israeliane — sostenute da palestinesi armati — avanzarono verso le loro zone residenziali mentre sganciavano munizioni esplosive dall’aria». Non è chiaro dove le milizie abbiano preso parte alle espulsioni, ma negli ultimi mesi gli abitanti della zona interna alla Linea Gialla sono stati allontanati dai luoghi in cui vivevano, case o rifugi temporanei. Le espulsioni hanno coinciso con operazioni israeliane volte ad ampliare il territorio controllato dall’esercito e a ridurre quello di Hamas.
In diversi video le milizie mostrano uomini armati su veicoli, esercitazioni di combattimento, dimostrazioni e marce armate, parate e minacce, il tutto destinato a sfidare Hamas. Fonti di Hamas hanno detto a Haaretz che non possono permettersi di rinunciare alle «armi difensive» finché le milizie resteranno armate e sostenute, perché i suoi membri ne diventerebbero bersagli.
A fine luglio il Consiglio per la Pace del presidente usamericano Donald Trump ha annunciato un accordo sull’attuazione della fase successiva del piano di pace di Trump per Gaza. Gli articoli 8 e 10 collegano esplicitamente il disarmo di Hamas al ritiro dell’esercito israeliano dall’enclave e al disarmo delle milizie. Netanyahu ha però respinto ufficialmente il piano. Nel frattempo otto paesi arabi e musulmani hanno condannato la sua decisione, mentre Jared Kushner, genero e consigliere di Trump, è arrivato in Israele la scorsa settimana per far avanzare gli sforzi diplomatici.
Mentre gli inviati di Trump cercano una svolta, l’apparato della difesa e i comandanti sul terreno non si fanno illusioni sugli alleati scelti da Israele. Alti ufficiali hanno detto a Haaretz che le figure principali delle milizie non sono leader politici né una legittima alternativa di governo a Hamas. Sono piuttosto ex capibanda e narcotrafficanti che hanno sfruttato il caos e il vuoto di potere a Gaza per interesse personale.
Fonti di Gaza hanno osservato che alcuni miliziani sono ex membri delle forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese. Un capo, Shawqi Abu Nasira, ha esposto la propria posizione in un video: «Sono rimasto nella zona e, come tutti gli altri, sono stato preso di mira da Hamas. Mio figlio e mia figlia sono stati uccisi, la mia casa danneggiata. È importante che difenda me stesso, il popolo palestinese e il mio onore». Abu Nasira ha confermato che i suoi uomini si coordinavano con Israele in materia di sicurezza e militare, accusando Hamas di promuovere gli interessi iraniani. «Ho deciso di liberare la terra da Hamas. Se la gente dice che questo fa di me un collaborazionista, allora sono un collaborazionista».
«Semplicemente odiano Hamas e ricevono da Israele molti vantaggi e potere: a entrambe le parti basta», ha detto l’ufficiale dell’aeronautica. Molti nell’apparato della difesa israeliano considerano la decisione di armare le milizie e affidare loro parti di Gaza una scommessa pericolosa. Haaretz ha chiesto all’esercito quali raccomandazioni avesse rivolto alla dirigenza politica, come riducesse i rischi per i soldati e impedisse l’uccisione di gazawi innocenti, e quale fosse la posizione del suo consulente legale. L’esercito ha rinviato Haaretz allo Shin Bet, che non ha risposto.
I recinti delle milizie individuati da Haaretz spiccano in mezzo alla distruzione totale circostante. Incrociando immagini satellitari di Planet Labs con video online, Haaretz ha confermato attività in cinque recinti. Un sesto recinto visibile nelle immagini presenta gli stessi indizi degli altri cinque, come tende e attrezzature, ma non vi è ancora stata documentata attività sul terreno.
Le basi si trovano a poche centinaia di metri dagli avamposti israeliani. Hanno nominativi nella rete radio dell’esercito, compaiono sulle mappe dei briefing e i loro uomini armati sono segnalati nei sistemi israeliani di comando e controllo.
Immagini satellitari e riprese da terra rivelano inoltre lavori infrastrutturali e di fortificazione in alcuni recinti. Accanto alla base di Shujaiyeh, per esempio, un grande cimitero è stato spianato e sostituito da un’ampia area di addestramento. Almeno un recinto è dotato delle stesse barriere di cemento usate per proteggere le posizioni israeliane. Soldati hanno riferito a Haaretz che l’esercito aveva costruito recinti provvisori per le milizie, completi di strutture mobili.
Le prove provenienti dai recinti sono particolarmente impressionanti considerando la stagnazione della ricostruzione di Gaza. Secondo le agenzie umanitarie, oltre due milioni di abitanti sono ammassati in condizioni durissime e centinaia di migliaia vivono in tende tra le macerie.
Immagini satellitari e video mostrano un’espansione particolarmente rilevante del recinto della milizia Abu Shabab, a est di Rafah: macchinari pesanti al lavoro, la pavimentazione di un nuovo campo d’addestramento e nuove strutture mobili con condizionatori Tornado. La milizia ha inoltre esibito un parco giochi in erba artificiale, una moschea, un negozio di alimentari dagli scaffali pieni e uno di abbigliamento. A Shujaiyeh un’altra milizia ha filmato i propri membri mentre distribuivano monopattini colorati ai bambini. Fonti israeliane hanno detto che parte delle attrezzature proviene da Israele.

I video fanno parte di una campagna per attirare nuovi sostenitori, nonostante le milizie operino sotto il patrocinio dell’esercito israeliano e in cooperazione con Israele, e siano prive di legittimità presso la popolazione locale.
Alti comandanti israeliani e responsabili della difesa hanno detto di non voler trasformare le milizie in un governo alternativo a Hamas, riconoscendone le limitate capacità. «Non hanno la capacità di strappare il controllo a Hamas e, senza la protezione e il sostegno dell’esercito israeliano, non sopravvivranno militarmente contro di esso», ha detto un alto ufficiale. I comandanti le descrivono come una soluzione temporanea e locale.
«Usarle è molto più un vincolo operativo che una necessità tattica», ha dichiarato l’ufficiale. «In ultima analisi abbiamo bisogno di una forza locale capace di mantenere l’ordine nelle zone sotto controllo israeliano e di lavorare nei luoghi in cui dispone di un vantaggio relativo sui nostri soldati».
L’esercito israeliano, tuttavia, non avrà l’ultima parola sul futuro delle milizie. Esso dipenderà dalla pressione che Trump eserciterà su Israele e dalla disponibilità di Netanyahu ad avanzare sul terreno diplomatico.




