L’emigrazione da Israele è rimasta a livelli record nel 2025, secondo uno studio

Nota del T. - Fin dall’avvio del suo progetto di colonizzazione d’insediamento agli inizi del XX secolo, il movimento sionista si trovò di fronte a un grave problema: reperire il «materiale umano». La grande maggioranza degli ebrei dell’Europa centrale e orientale sognava le Americhe più che la Palestina. Il reclutamento di candidati tra i sopravvissuti alla Shoah si rivelò così difficile che si finì per rivolgersi agli ebrei dell’Iraq, del Marocco, dello Yemen e dell’Egitto, che i sionisti europei consideravano «materiale di seconda scelta». Il crollo dell’URSS fu una vera manna: 879.000 «ebrei» fecero l’aliyah tra il 1990 e il 1998. Anche la guerra in Ucraina provocò un’aliyah di 75.000 persone (80% dalla Russia e 20% dall’Ucraina). Ma dal 2019 la yeridah («discesa», emigrazione da Israele) supera l’aliyah. Se 230.000 israeliani lasciarono la Terra Promessa tra il 1990 e il 2005, 430.000 lo fecero tra il 2009 e il 2021. E la tendenza non ha fatto che rafforzarsi dal 2023. Di seguito gli ultimi dati.
Circa 90.000 israeliani hanno lasciato il paese per almeno tre mesi nel 2025, rispetto a una media annua di circa 60.000 prima del 2023. I ricercatori avvertono che l’aumento dell’emigrazione potrebbe finire per minacciare la sicurezza e l’economia di Israele.
Nati Tucker, Haaretz, 3 agosto 2026
L’emigrazione da Israele prosegue a ritmo sostenuto: circa 90.000 israeliani hanno lasciato il paese nel 2025, secondo i ricercatori dell’Università di Tel Aviv che hanno analizzato i dati dell’Ufficio centrale di statistica.
I risultati suggeriscono che l’ondata migratoria iniziata nel 2023 sia probabilmente rimasta elevata anche lo scorso anno. Uno studio precedente aveva rilevato che tra coloro che se ne andavano vi era una quota particolarmente alta di medici, dottori di ricerca, ingegneri, accademici e persone ad alto reddito.
L’Ufficio centrale di statistica non ha ancora pubblicato i dati ufficiali sulla migrazione per il 2025. Secondo la sua metodologia, viene definito emigrante chi è rimasto fuori da Israele per più di dodici mesi; di conseguenza, i dati vengono resi noti solo con un notevole ritardo.
I ricercatori dell’Università di Tel Aviv hanno quindi esaminato il numero di israeliani che hanno lasciato il paese e sono rimasti all’estero per almeno tre mesi. Negli ultimi anni, questa cifra è risultata strettamente correlata al numero di persone che alla fine sono rimaste all’estero per almeno un anno, il che ne fa un possibile indicatore del dato ufficiale sull’emigrazione del 2025 che sarà pubblicato dall’Ufficio.
Per evitare distorsioni causate dall’elevato numero di immigrati provenienti dalla Russia e dall’Ucraina, arrivati in Israele dopo lo scoppio della guerra e successivamente ripartiti, i ricercatori hanno escluso gli immigrati che avevano lasciato il paese entro tre anni dal loro arrivo. I risultati riguardano quindi i residenti israeliani di lungo periodo, anziché i nuovi arrivati.
Secondo i dati, circa 90.000 israeliani hanno lasciato il paese per almeno tre mesi nel 2025, più o meno lo stesso numero del 2024 e ben oltre i circa 66.000 registrati nel 2023. A titolo di confronto, prima del 2023 il numero annuo di israeliani che lasciavano il paese per almeno tre mesi era di circa 60.000.
Lo studio è stato condotto dal professor Itai Ater della Coller School of Management dell’Università di Tel Aviv, che dirige il Forum israeliano degli economisti per la democrazia; dal professor Nittai Bergman, direttore della Scuola di economia dell’università; e da Doron Zamir, dottorando presso la Scuola di management.
«Nel 2025 vediamo ancora una volta cifre profondamente preoccupanti di israeliani che hanno lasciato il paese per un periodo significativo, aggiungendosi all’ondata migratoria del 2023 e del 2024», ha dichiarato Ater. «Questi dati, di per sé, non rappresentano ancora una minaccia alla resilienza di Israele. Ma, guardando al futuro, e a meno che non intervenga un cambiamento, cresce la preoccupazione che l’emigrazione da Israele aumenti fino a un livello tale da mettere in pericolo la sicurezza e l’economia del paese».


