Poorna Swami, The New York Review, 30 agosto 2026

In una mattina afosa di fine luglio, mentre decine di migliaia di manifestanti affollavano il centro di Nuova Delhi per dirigersi verso il Parlamento, sembravano già avere la sensazione che la loro marcia potesse essere storica. La maggior parte erano studenti e giovani laureati, molti dei quali avevano viaggiato da città lontane centinaia di chilometri per partecipare alla loro prima manifestazione. Facendomi largo tra la folla, vidi cartelli con caricature di un uomo con gli occhiali e i baffi, accompagnate dalla parola DIMETTITI in caratteri diversi: un riferimento alla richiesta centrale del corteo, cioè che il ministro indiano dell’Istruzione, Dharmendra Pradhan, si dimettesse dopo avere presieduto al disastro di una fuga di domande d’esame. Ma quasi altrettanto frequenti erano i ritratti dei rivoluzionari della lotta per l’indipendenza indiana: M. K. Gandhi, il leader dalit B. R. Ambedkar1 e, il più onnipresente quel giorno, Bhagat Singh.
Nato nel 1907 a Banga (nell’attuale Pakistan), Singh divenne un militante anticoloniale nel 1928, quando la Commissione statutaria indiana, composta da sette membri — comunemente nota come «Commissione Simon» dal nome del suo presidente, John Simon — arrivò in India per valutare le condizioni di eventuali riforme costituzionali. Mentre si spostava di città in città nella colonia, la commissione, che non comprendeva alcun membro indiano, veniva accolta da folle di manifestanti che scandivano «Simon, go back». Durante una manifestazione a Lahore guidata dal nazionalista indiano Lala Lajpat Rai, la polizia picchiò brutalmente i manifestanti; Rai morì poco dopo per le ferite riportate.
Singh e i suoi compagni, intenzionati a vendicare la morte di Rai, progettarono di assassinare il sovrintendente che aveva autorizzato la violenza della polizia, ma finirono per uccidere l’uomo sbagliato. Singh evitò l’arresto fino a quattro mesi dopo, nell’aprile 1929, quando lui e un compagno lanciarono piccole bombe non letali all’interno dell’Assemblea legislativa centrale di Delhi, sperando di innescare una «rivoluzione proletaria». Invece di darsi di nuovo alla fuga, Singh rimase sul posto, gridò slogan rivoluzionari e poi si lasciò arrestare. Nel processo molto pubblicizzato che seguì, usò l’aula di tribunale per diffondere un messaggio anticoloniale, soprattutto tra i giovani del paese. In prigione intraprese uno sciopero della fame per chiedere un trattamento migliore per i prigionieri politici indiani. Fino alla morte sostenne che i suoi atti di violenza non erano «oltraggi senza scopo», ma mosse politiche calcolate verso la libertà. «Lasciatemi proclamare con tutta la forza di cui dispongo che non sono un terrorista», scrisse dal carcere centrale di Lahore nel 1931, meno di due mesi prima di essere impiccato.
Su uno striscione fissato a una recinzione metallica lungo la strada quella mattina a Delhi, Singh appariva in una cornice ovale, affiancato dai compagni Rajguru e Sukhdev, giustiziati con lui. Poco distante, un uomo si faceva largo tra la folla indossando una maglietta bianca con la scritta a pennarello nero «GLORIA A BHAGAT SINGH». Molti cartelli e manifesti dei partecipanti riportavano un particolare ritratto in studio di Singh con un cappello di feltro inclinato a sinistra. Il volto è rasato, salvo un baffo sottile e ispido che appena nasconde un aspetto altrimenti quasi adolescenziale. Sotto una riproduzione dell’immagine quel giorno — su un manifesto prodotto da un gruppo studentesco di sinistra — campeggiava in hindi la frase: «A quanto pare devo tornare, fratello».
Sebbene gli studenti non violenti che manifestavano adottassero metodi nettamente diversi da quelli di Singh, egli sembrava tuttavia simboleggiare qualcosa di centrale nella loro lotta. In un certo senso non era affatto sorprendente. Quasi ottant’anni dopo l’indipendenza dell’India, la retorica dell’integrità nazionale domina ancora la vita pubblica, perfino nelle conversazioni quotidiane. Il Bharatiya Janata Party (BJP), partito nazionalista indù del primo ministro Narendra Modi che governa il paese dal 2014, sostiene di star restituendo alla terra la gloria precoloniale, mentre i suoi critici invocano la difesa dei «veri» valori inclusivi della nazione contro simili forze divisive. Non è raro che le proteste indiane evochino figure storiche in questo spirito. Negli ultimi anni Gandhi e Ambedkar sono emersi come un dittico che incarna i principi costituzionali laici su cui fu fondata la Repubblica indiana, mentre Singh — a lungo emblema della politica studentesca della sinistra radicale — è stato idealizzato, e perfino cooptato, da gruppi di ogni parte dello spettro politico. La mitologia di questo giovane febbrilmente devoto al proprio paese è stata immortalata in diversi film di Bollywood, con dialoghi enfatici in cui la «libertà» era la sua «sposa» e scene violente in cui i britannici lo alimentavano a forza durante lo sciopero della fame.
Ma la sua rinnovata preminenza in questa protesta appariva comunque significativa. Quei cartelli e manifesti suggerivano al tempo stesso la crescente influenza dell’attivismo studentesco di sinistra in questo momento e una sensibilità più ampia tra la folla. Rivolgendosi a un leader studentesco del passato coloniale, anche i numerosi manifestanti non affiliati sembravano sostenere di combattere non solo per riformare alcune politiche ormai insostenibili, ma la nazione stessa. Nelle quattro settimane in cui le proteste acquistarono forza, questa retorica anticoloniale a grandi linee assunse implicazioni complesse. Permise a migliaia di persone con orientamenti politici discordanti di presentarsi come un collettivo giusto e di contestare il monopolio di Modi sul linguaggio della salvaguardia nazionale; ma attenuò anche le reali divisioni politiche tra i manifestanti e le preoccupazioni delle comunità — soprattutto musulmane — che negli ultimi anni hanno sopportato il peso maggiore della dissidenza pubblica.
I manifestanti evocavano spesso il passato, ma le cause immediate del loro movimento erano saldamente radicate nel presente. Nel maggio di quest’anno un gruppo di esperti assunto dalla National Testing Agency avrebbe fatto trapelare le domande dell’esame medico centralizzato di ammissione del governo dopo che 2,27 milioni di candidati avevano sostenuto la prova. Non era affatto la prima volta, nella storia recente, che i risultati di un importante esame pubblico venivano invalidati per negligenza amministrativa. Negli ultimi cinque anni almeno quarantacinque grandi esami hanno subito fughe analoghe. In un paese con un sistema educativo angosciosamente competitivo e un mercato del lavoro sempre più cupo — quasi il 40 per cento dei laureati sotto i venticinque anni è disoccupato — si riferisce che simili fughe abbiano spinto decine di studenti al suicidio nell’ultimo decennio.
Solo tre giorni dopo quest’ultima fuga, il presidente della Corte suprema indiana aggravò involontariamente la situazione con un commento che paragonava i giovani disoccupati a «scarafaggi». Mentre la reazione online cresceva, Abhijeet Dipke, laureato della Boston University residente negli USA, scherzò sui social media: «E se tutti gli scarafaggi si mettessero insieme?». La proposta raccolse rapidamente sostenitori molto seri, che si riunirono sotto la bandiera del «Cockroach Janata Party» (CJP). Definendosi la «voce dei pigri e dei disoccupati», indirizzarono presto i loro sforzi verso una campagna giovanile di massa per la riforma dell’istruzione. In un sistema pubblico dell’istruzione in rovina, dichiararono, la responsabilità avrebbe cominciato a essere accertata solo dopo le dimissioni di Pradhan.
Non era una richiesta da poco. Decine di crisi si erano susseguite nei dodici anni di Modi al potere — dalla demonetizzazione improvvisa delle banconote di grosso taglio alla cattiva gestione generalizzata della pandemia di Covid-19 — senza che un solo ministro del gabinetto si dimettesse. Pradhan era un membro cruciale sia del BJP sia della cerchia ristretta di Modi, avendo assicurato la vittoria del partito nello stato dell’Odisha. Chiederne le dimissioni significava sfidare il livello più alto di un governo notoriamente inflessibile.

Per molti aspetti il CJP è un’organizzazione strutturata: ha una leadership dichiarata, portavoce ufficiali e ora perfino un comitato operativo. Fin dai primi giorni, tuttavia, ha insistito fermamente di non essere un partito politico o ideologico e ha presto ottenuto il sostegno di gruppi con visioni concorrenti del movimento. Organizzazioni di sinistra come la All India Students Association (AISA) e la Students Federation of India (SFI) — entrambe affiliate a partiti comunisti indiani — da anni si mobilitavano contro le politiche educative del governo, ed entrambe appoggiarono le richieste del CJP. Esperti di proteste nei campus universitari e nelle strade di Delhi, questi gruppi attirarono ampi settori di studenti; formarono anche blocchi organizzati all’interno di una manifestazione di dissenso altrimenti in gran parte spontanea.
Nella terza settimana di giugno una costellazione eterogenea di manifestanti cominciò ad accamparsi a Jantar Mantar, una strada secondaria del centro di Delhi autorizzata dalla polizia come luogo cittadino per le manifestazioni. Quando divenne chiaro che il governo aveva scarsa intenzione di prendere in considerazione le richieste degli agitatori, il noto attivista ladakho per l’istruzione e l’ambiente Sonam Wangchuk iniziò uno sciopero della fame in sostegno della causa. Tre studenti dell’AISA lo raggiunsero, invocando il loro eroe Bhagat Singh. Sebbene l’AISA e Wangchuk fossero in disaccordo su diversi punti cruciali — Wangchuk sosteneva la controversa Politica nazionale dell’istruzione attuata dal governo nel 2020, mentre l’AISA ne chiedeva l’abolizione totale — continuarono a digiunare fianco a fianco per le tre settimane successive.
I dirigenti del CJP e Wangchuk sedevano su un palco imponente a un’estremità del modesto spazio, mentre gli studenti montavano tende più piccole ai due lati. Per tutto il giorno battevano un tamburo e scandivano slogan — «Viva la rivoluzione!», «Dharmendra Pradhan, dimettiti, dimettiti!» — mentre i loro compagni in sciopero della fame giacevano dietro di loro su basse pedane. Ben presto sui social media cominciarono a circolare immagini dell’educatore cinquantanovenne e degli studenti disposti al sacrificio, sorretti dagli assistenti perfino per andare in bagno. I simpatizzanti affluivano a Jantar Mantar in numeri sempre maggiori. Poi, il 18 luglio, intervenne la polizia di Delhi. Portò via Wangchuk dietro un cordone di lenzuola bianche, sostenendo di avere ricevuto un ordine del tribunale di ricoverarlo.
I video dell’operazione dilagarono sui social media. Se il governo sperava che allontanando Wangchuk avrebbe placato le proteste, ottenne esattamente l’effetto contrario: nel giro di una notte egli divenne il simbolo dell’apatia del governo Modi di fronte alla crisi dell’istruzione nel paese. Due giorni dopo, il 20 luglio, le strade intorno a Jantar Mantar traboccavano, ben oltre ogni previsione, di manifestanti pronti a marciare verso il Parlamento. A quel punto avevo deciso di recarmi a Jantar Mantar ogni giorno, sperando di osservare il movimento da vicino.
Quella mattina la polizia aveva dichiarato il raduno un’assemblea illegale e cartelli lungo la strada verso Jantar Mantar avvertivano le persone che la semplice partecipazione costituiva una violazione della legge. Cinque stazioni della metropolitana nelle vicinanze erano state chiuse e i servizi di Internet mobile sospesi, così che chi si trovava in una parte della protesta non aveva idea di ciò che accadeva in un’altra. Confinata da barricate della polizia e delle forze paramilitari in un’area minuscola — meno di un chilometro nel punto più largo —, la folla si spingeva alla ricerca di una via d’uscita. Mi feci largo da Parliament Street tornando verso la stazione della metropolitana Janpath, poi verso il Press Club su Raisina Road.
Mentre la manifestazione si espandeva da Jantar Mantar, la polizia e i reparti paramilitari della Rapid Action Force — pochi dei quali sembravano portare i normali distintivi identificativi — spararono diversi lacrimogeni sulla folla. Le persone intorno a me corsero nel panico, alcune rischiando di calpestarsi a vicenda. Quando raggiunsi alcuni colleghi a distanza di sicurezza, uno di loro mi disse che la polizia aveva sgomberato il palco e abbattuto le tende che avevano riparato gli scioperanti accampati al centro della protesta. A poche strade di distanza, riferì un amico, la polizia aveva colpito con i manganelli manifestanti disarmati, lasciando diverse persone con arti fratturati e teste sanguinanti. Più tardi, camminando per le strade ormai vuote, vidi manifestanti sparsi zoppicare con lividi alle gambe. Scarpe e sandali erano disseminati sulla carreggiata. Nel giro di un paio d’ore sarebbero circolati online video di uomini mascherati in borghese che picchiavano i manifestanti accanto agli agenti in uniforme; la polizia non ha chiarito chi fossero.
Nelle ventiquattro ore successive i testimoni caricarono video e si scoprì che agenti paramilitari avevano sparato sulla folla con fucili a «pellet» in un altro punto del centro di Delhi. Fino ad allora tali armi, che conficcano piccoli pallini metallici sotto la pelle di chiunque si trovi sulla linea di tiro, erano state un tratto distintivo delle tattiche delle forze di sicurezza indiane in Kashmir, dove dal 2010, quando furono introdotte per il controllo delle folle, hanno ferito migliaia di civili, accecato più di cento persone e ucciso più di una dozzina. Le sparatorie attorno a Jantar Mantar costituirono il primo caso noto del loro impiego da parte delle forze dell’ordine nella capitale nazionale. I media indiani e internazionali avrebbero presto confermato che diversi manifestanti erano stati curati negli ospedali locali per ferite da pellet; almeno due erano stati colpiti più volte al volto e al collo.
Ma anche queste tattiche violente si ritorsero presto contro chi le aveva adottate: entro sera, furiosi per il trattamento brutale inflitto ai loro compagni, centinaia di manifestanti avevano ripreso possesso dell’accampamento demolito e delle aree circostanti. Il giorno seguente la folla sembrava quadruplicata. Mentre i video degli attacchi si diffondevano sui social media, sostenitori da tutto il paese si riversavano a Jantar Mantar. Alcuni portavano cibo e acqua; altri si offrivano volontari per raccogliere i rifiuti. In due giorni la folla era diventata una massa appiccicosa di corpi con a malapena spazio tra l’uno e l’altro. Nel frattempo, decine di proteste satellite di dimensioni diverse sorsero in città e paesi a centinaia di chilometri dalla capitale. A Jantar Mantar incontrai un operaio di una fabbrica di scarpe di Agra, un meccanico di biciclette di Meerut e un contabile con un lavoro stabile a Delhi, tutti arrivati per sostenere gli studenti dopo aver visto le scene di violenza. Erano venuti, come mi disse il meccanico, per «il futuro dell’India».
Ognuno dei gruppi disparati che convergevano su Jantar Mantar portava con sé le proprie rimostranze. Alcuni erano frustrati perché da anni non riuscivano a trovare lavoro, nonostante le promesse del governo di migliorare il mercato dell’occupazione. Altri erano stanchi di vedere l’amministrazione Modi intensificare la propaganda religiosa trascurando istruzione, sanità e gli effetti dell’inflazione. Altri ancora volevano attirare l’attenzione sulle crisi ambientali favorite dal governo e dai suoi alleati miliardari. Molti erano veterani dell’organizzazione contro il sistema delle caste — Dipke stesso è dalit e si dichiara ambedkarista —, mentre altri, come diversi mi ammisero, erano sostenitori di lunga data del BJP. Quella che era iniziata come una protesta sull’istruzione era ormai diventata un miscuglio di ogni possibile lamentela contro il regime di Modi.
Le precedenti ondate di manifestazioni contro il BJP — comprese le proteste del 2019-2020 contro la Citizenship (Amendment) Act, apertamente antimusulmana, e le proteste degli agricoltori del 2020 — erano state guidate da gruppi marginalizzati. Lo Stato aveva reagito prendendo di mira quelle comunità, e soprattutto i musulmani, con una repressione violenta; non vi erano state grandi proteste contro quella repressione selettiva. Il ricordo di quegli episodi era ancora vivo quando iniziarono le recenti proteste giovanili, e molti studenti musulmani esitavano a mettere nuovamente a rischio la propria sicurezza per aderire a un movimento che faceva scarso riferimento esplicito alla persecuzione dei musulmani. Ma dopo che la polizia cominciò a brutalizzare anche indù appartenenti alle caste dominanti, qualcosa iniziò a cambiare. Trovandosi per la prima volta direttamente sotto il fuoco dello Stato, la maggioranza divenne più audace nell’opporglisi. Alcuni manifestanti, sia pure con cautela, iniziarono perfino a criticare le azioni antimusulmane del governo.

Questo cambiamento fu più evidente nel modo in cui i manifestanti modificarono il proprio bersaglio dopo il bagno di sangue del 20 luglio. Ora, più che Pradhan, la maggior parte degli agitatori sembrava dirigere la propria rabbia contro Modi stesso. Sentii diversi gruppi chiedere le dimissioni del primo ministro, alcuni gridando: «Quando Modi ha paura, mette gli indù contro i musulmani». Graffiti con la scritta «FUCK MODI» si diffusero nella zona; slogan in rima definivano il primo ministro un codardo, una scimmia e un pappone. Sempre più spesso la gente portava anche caricature generate dall’IA, spesso misogine, che raffiguravano Modi come una prostituta procace che «se l’era cercata» o come una servile tradwife che strisciava davanti a Donald Trump.
Ma il malcontento dei manifestanti era tutt’altro che uniforme. Camminando tra la folla dopo il 20 luglio, non era difficile vedere le linee di frattura. Quando gruppi anticastisti che sventolavano bandiere blu gridavano «Jai Bhim» in onore di Ambedkar, giovani che ammettevano di aver avuto fino a poco tempo prima simpatie nazionaliste indù urlavano all’unisono con loro. Qualcuno tentava perfino di aggiungere al coro «Jai Shri Ram» — un tratto tipico della retorica antimusulmana. A un certo punto i dirigenti del CJP, evidentemente desiderosi di mantenere la finzione che il loro movimento non fosse «politico», cercarono di impedire ai manifestanti di intonare una popolare sequenza a domanda e risposta che chiedeva azadi («libertà»), associata alle rivendicazioni di indipendenza del Kashmir, posizione considerata sediziosa dal diritto indiano. Gli studenti dei gruppi di sinistra la scandirono comunque con entusiasmo.
In un certo senso, la campagna doveva proprio alla sua postura non ideologica la propria energia e i propri numeri. Era una generazione di manifestanti che aveva conosciuto soltanto la vita sotto il BJP e, per molti di loro, rifiutare quella politica sembrava richiedere il rifiuto di qualunque impegno politico. Affermando di concentrarsi su questioni non confessionali come le fughe di domande d’esame, molti manifestanti sostenevano anche, di fatto, di non meritare le rappresaglie dello Stato.
Tutto ciò non impedì al movimento di adottare uno stile più audace di qualunque altro degli ultimi anni. In una cultura che insiste continuamente sul rispetto per gli anziani e le figure d’autorità, questi giovani manifestanti scelsero la volgarità come lingua franca. Diversi esibivano cartelli sessualizzati: «Papà, picchiami», «Arrestami, ma fallo sexy», «La mia vita è così benedetta che ho potuto scoparmi Dharmendra Pradhan nel culo». È difficile esagerare l’effetto di questo nuovo tono: danneggiò profondamente l’immagine stoica e quasi sapienziale di Modi, che fino ad allora aveva usato per presentarsi come una figura paterna della nazione.
Ma dopo la violenza di massa, attorno a Jantar Mantar cominciò a emergere anche una critica politica più mirata. Richiamando l’accoglienza poco cerimoniosa riservata alla Commissione Simon, nuovi graffiti sulle barricate recitavano «MODI GO BACK» e «SIMON COME BACK». Su un muro lì vicino, un altro slogan in hindi evocava il funzionario britannico che nel 1919 ordinò all’esercito di aprire il fuoco su una folla di civili disarmati a Jallianwala Bagh, ad Amritsar: «IL NOSTRO PRIMO MINISTRO È UN CODARDO. È UN ALTRO GENERALE DYER». In una conferenza stampa, l’ex ministro capo di Delhi Arvind Kejriwal, dell’Aam Aadmi Party, fece eco a quel sentimento: «Ciò che il generale Dyer fece a Jallianwala Bagh è stato superato da Modi».
Se volevano guadagnarsi la simpatia degli indiani in tutto il paese, i manifestanti sapevano di dover fare appello a un senso universale di patriottismo. Negli anni il BJP ha utilizzato cinema, musica pop e la più diretta propaganda oratoria per rafforzare la propria reputazione di storico difensore dell’India. Solo lo scorso novembre Modi dichiarò che il suo governo avrebbe liberato il paese dalla sua degenerata «mentalità coloniale» facendo rivivere il passato indù della regione. Paragonando l’amministrazione Modi ai colonizzatori, un insieme demograficamente molto ampio di persone a Jantar Mantar stava smontando questo mito con un successo sorprendente.
Il BJP rimproverò i manifestanti usando tutti gli insulti prevedibili, da «antina-zionali» a «terroristi». C’era una certa ironia: le origini stesse del BJP si trovano in un altro movimento studentesco di massa con tattiche assai più militanti. Negli anni Settanta le proteste universitarie negli stati del Gujarat e del Bihar si trasformarono in una vasta agitazione contro la corruzione del governo. Gli studenti, che bloccavano le strade e incendiavano edifici pubblici, finirono per chiedere le dimissioni di Indira Gandhi, allora prima ministra. Benché guidati da un attivista generalmente apartitico, Jayaprakash Narayan, gli studenti erano sostenuti da un’improbabile coalizione di oppositori di Indira — tra cui membri del Jana Sangh, che sarebbe poi diventato il BJP. Una parte importante della direzione organizzativa del movimento proveniva anche dall’Akhil Bharatiya Vidyarthi Parishad (ABVP), l’ala studentesca del Rashtriya Swayamsevak Sangh (RSS), suprematista indù e organizzazione ideologicamente madre del BJP.
Nei tre mandati di Modi, il governo del BJP ha letteralmente riscritto i manuali di storia, glorificando le figure indù e demonizzando quelle musulmane. Nello stesso spirito revisionista, il partito sembra aver lavorato per cancellare la memoria dell’attivismo studentesco che fu così cruciale per la propria ascesa. Ora che un altro tipo di studenti affronta il governo Modi in modo non molto diverso da quello in cui i predecessori del BJP affrontarono Indira, la storia sembra ripetersi — con grande disagio del partito al potere.
Oggi, qualunque movimento giovanile voglia contestare seriamente la pretesa di Modi sul passato e sul futuro dell’India dovrà affrontare direttamente le dimensioni nazionaliste indù della repressione del BJP. A Jantar Mantar, diverse fazioni — in particolare i gruppi studenteschi di sinistra — hanno richiamato ripetutamente l’attenzione sulla manipolazione governativa di caste e religione, spesso attingendo a idee sviluppate da precedenti generazioni del movimento studentesco sotto il governo del BJP.
Nel 2016, quando Modi era al potere da appena due anni, esplosero proteste studentesche in tutto il paese, con la questione della casta al centro. Il detonatore immediato fu la notizia che Rohith Vemula, dottorando dell’Università di Hyderabad, nell’India meridionale, che si identificava come dalit, era morto suicida dopo che le autorità universitarie gli avevano revocato l’alloggio nel campus, accusandolo, insieme ad altri quattro membri della Ambedkar Students Association, di aver aggredito un dirigente studentesco dell’ABVP. Vemula negò con forza l’accusa, sostenendo di essere preso di mira per la sua casta e per la partecipazione all’organizzazione ambedkarista contro il sistema delle caste. «Il valore di un uomo era stato ridotto alla sua identità immediata», scrisse nella sua lettera di suicidio, riferendosi alla propria origine dalit. «La mia nascita è il mio incidente fatale».
A quasi mille miglia di distanza, alla Jawaharlal Nehru University (JNU) di Delhi, un piccolo gruppo di studenti iniziò uno sciopero della fame in solidarietà con gli studenti di Hyderabad. Il mese successivo un gruppo più numeroso tentò di marciare verso il ministero dell’Istruzione, chiedendo l’attuazione del Rohith Vemula Act per contrastare la discriminazione di casta nell’istruzione superiore. Mentre le proteste nei campus si diffondevano in tutta l’India — e la polizia rispondeva con cariche di manganello — circolarono notizie secondo cui il BJP aveva fatto pressioni sulle autorità dell’Università di Hyderabad nelle settimane precedenti la morte di Vemula. (I ministri del BJP negarono qualunque coinvolgimento irregolare nelle decisioni dell’università.) Presto studenti e accademici chiesero le dimissioni di Smriti Irani, allora ministra dello Sviluppo delle risorse umane. L’ultimatum non ebbe esito, anche se cinque mesi dopo Irani fu «declassata» al ministero dei Tessili nell’ambito di un rimpasto di governo.
Durante quei mesi di disordini, un dottorando musulmano di ventotto anni della JNU, Umar Khalid, emerse come figura centrale del movimento più ampio. Nel febbraio 2016 la polizia di Delhi accusò lui e un piccolo gruppo di altri studenti di sinistra di «sedizione» dopo che avevano organizzato un evento per commemorare l’anniversario della morte di Mohammed Afzal, un kashmiro controversamente giustiziato per un attacco armato davanti al Parlamento indiano nel 2001. Simpatizzanti nazionalisti indù definirono Khalid un «agente pakistano» ed egli si nascose. Ma pochi giorni dopo rientrò di nascosto, a tarda notte, nel campus della JNU per parlare a un gruppo di studenti davanti a uno striscione con la scritta #JusticeForRohith.
«Amici, potrò anche chiamarmi Umar Khalid, ma non sono un terrorista», disse alla folla. Parlando in un microfono malandato, sottolineò non soltanto l’ingiustizia della propria persecuzione — «il modo in cui, per citare Rohith Vemula, sono stato ridotto alla mia identità immediata» —, ma anche la crisi che investiva l’intero sistema indiano dell’istruzione superiore. Da quando il BJP era salito al potere, studenti e professori accusavano il governo di reprimere la libertà di parola nei campus nominando alleati dell’RSS ai vertici amministrativi e tentando di rivedere i programmi di studio. Khalid dichiarò allora che quella era «la lotta di ogni università di questo paese». Era responsabilità degli studenti, insistette, resistere alla corrosione dell’istruzione sotto il governo della destra: «Un’università che non insegna il dissenso diventa una prigione». Due giorni dopo Khalid si consegnò alla polizia. Trascorse quasi un mese dietro le sbarre prima di ottenere la libertà su cauzione.

Negli anni successivi le proteste studentesche sarebbero diventate un’eccezione notevole in una sfera pubblica per lo più intimidita. Nel 2019, durante una mobilitazione nazionale contro la Citizenship (Amendment) Act, donne musulmane di Delhi guidarono un sit-in che bloccava un’autostrada, sostenute dagli studenti della JNU e di due importanti università musulmane, Jamia Millia Islamia e Aligarh Muslim University. La polizia fece irruzione nei campus di Jamia e dell’AMU e attaccò gli studenti con manganelli e lacrimogeni; alla JNU una folla armata di sbarre di ferro e pietre picchiò studenti e insegnanti e devastò edifici. Diversi testimoni dissero a Human Rights Watch di aver riconosciuto nella folla vari membri dell’ABVP, benché nessuno fosse ufficialmente ritenuto responsabile e il gruppo negasse ogni coinvolgimento. Il 27 gennaio 2020, durante un comizio a Delhi, un ministro del BJP guidò il coro «sparategli, ai traditori», riferendosi ai manifestanti musulmani alleati del sit-in. Apparentemente ispirato dal commento del ministro, tre giorni dopo un vigilante sparò con una pistola contro manifestanti vicino al campus di Jamia.
Settimane dopo, un altro ministro del BJP minacciò di prendere in mano la situazione se la polizia non avesse rimosso i manifestanti che bloccavano le autostrade intorno alla città. Gruppi di uomini indù si riunirono in vari luoghi e ben presto il nord-est di Delhi fu travolto dalla violenza, dapprima tra sostenitori e oppositori delle proteste e poi tra indù e musulmani. Una donna fu bruciata viva, uomini furono uccisi a colpi d’arma da fuoco e moschee, scuole e negozi furono incendiati. La calma tornò soltanto tre giorni dopo, con l’arrivo delle forze paramilitari. Fu la peggiore violenza tra indù e musulmani vista nella capitale da decenni: morirono cinquantatré persone, trentotto delle quali musulmane.
Questi scontri coincisero con l’arrivo di Trump a Delhi per la sua prima visita di Stato in India. Sebbene non vi sia alcuna prova che Khalid, che si era laureato ma era rimasto attivista, si trovasse allora anche solo a Delhi, sette mesi dopo la polizia di Delhi, che risponde al governo centrale, lo arrestò con l’accusa di aver orchestrato la violenza. Fu detenuto, insieme a diversi altri attivisti studenti musulmani, in base alla draconiana Unlawful Activities (Prevention) Act del 1967, che di fatto consente al governo di tenere le persone in detenzione preventiva a tempo indeterminato e senza cauzione.
Sei anni dopo, Khalid e Sharjeel Imam, un altro studente di storia della JNU, restano in carcere. In una testimonianza pubblicata all’inizio di quest’anno, dopo che la Corte suprema aveva negato a lui e a Imam la libertà su cauzione, Khalid scrisse di trovare forza nel sapere di far parte di «una storia che sarà scritta per il futuro». Come promemoria, disse di aver inciso sul muro della propria cella una citazione dal quaderno di prigione di Bhagat Singh: «Ogni minuscola molecola di cenere è in movimento con il mio calore / Sono un pazzo tale da essere libero persino in prigione».
A quel punto Khalid era ormai visto come un pericoloso rivoluzionario a pieno titolo. Per le autorità, la semplice menzione del suo nome nelle recenti proteste giovanili era minacciosa. A Bangalore, una donna con un cartello «Free Umar Khalid» se lo vide confiscare dalla polizia. Un’altra donna alla stessa protesta, che aveva tenuto in alto un cartello con la frase «Viva Umar Khalid», fu rintracciata dalla polizia attraverso le immagini della videosorveglianza; in seguito venne compilato nei suoi confronti un rapporto d’incidente e fu aperta un’indagine. Quando, secondo quanto riportato da The Indian Express, alcuni manifestanti avrebbero portato cartelli «Free Umar Khalid» a una manifestazione di solidarietà a Goa, la polizia locale fermò almeno due persone e le interrogò per sapere se conoscessero il «passato» di Khalid e se avessero gridato slogan in suo sostegno — e, in caso affermativo, quante volte. Tra i duecentoquaranta punti del questionario consegnato loro dalla polizia vi era la domanda: «Che cosa intendete con le parole “Free Umar Khalid”?»
Ma Khalid era diventato anche un simbolo problematico per gli stessi manifestanti. Quando un ministro del BJP tentò di screditare le proteste riesumando vecchi tweet di un portavoce del CJP in sostegno di Khalid, il dirigente del CJP in questione sembrò evitare di esprimere un’opinione sulla sua detenzione, limitandosi a dire che il gruppo era concentrato sulla riforma dell’istruzione. Questa esitazione deluse gli alleati di sinistra del CJP, secondo i quali la storia di Khalid faceva parte della stessa lotta studentesca. Alcune settimane dopo Neha Bora, dirigente dell’AISA che aveva partecipato allo sciopero della fame, dichiarò: «Umar Khalid non è una questione di nazionalista o antinazionale… È una questione del tipo di paese che vogliamo costruire».
Alcuni manifestanti cercarono di censurare i riferimenti a Khalid nella folla per timore di rappresaglie del governo, supplicando altri di riporre i cartelli FREE UMAR KHALID. Tuttavia ne vidi altri brandire copie di Fractured Communities, la tesi di dottorato recentemente pubblicata da Khalid sulla storia delle comunità indigene dell’India orientale sotto il dominio britannico. Un manifestante sollevò anche un cartello scritto a mano, indizio dell’importanza del pensiero e dell’organizzazione di Khalid, che ottenne particolare approvazione sui social media: «UMAR KHALID ha camminato perché la Generazione Z potesse correre».
Ora che anche loro si vedevano etichettati come «terroristi antinazionali», forse questa parte dei giovani manifestanti cominciava a capire ciò che Khalid predicava da tempo. A suo giudizio, un governo autoritario può essere combattuto soltanto se gli studenti costruiscono ponti tra le proprie lotte e quelle di musulmani, dalit, lavoratori, comunità indigene e contadini — se, cioè, affrontano di petto il nazionalismo indù. Benché la corrente principale delle recenti proteste studentesche abbia fatto di tutto per evitare questo tipo di attacco diretto, nel loro seguito il comportamento stesso dello Stato li sta costringendo ad abbandonare la facciata secondo cui le loro azioni non avrebbero una dimensione ideologica: volontari musulmani hanno subito detenzioni e violenze di vigilanti, e nel discorso per il Giorno dell’Indipendenza Modi ha equiparato i dissidenti ai separatisti maoisti, chiamandoli «naxal intellettuali2». Ai primi di agosto Dipke, fondatore del CJP, fu costretto ad ammettere che Khalid meritava un processo equo.
Quattro giorni dopo la spietata repressione dello Stato a Jantar Mantar, il movimento sembrava disperatamente in cerca di un risultato. A poche centinaia di metri dal centro del luogo della protesta, sulla strada verso il Parlamento, osservai centinaia di manifestanti fronteggiare la polizia e le truppe paramilitari. Una catena di volontari affannati cercava di impedire che alcuni settori della folla intensificassero lo scontro. Poi, inaspettatamente, dopo mezzanotte Wangchuk interruppe il digiuno. Condividendo una foto di funzionari del BJP intorno al suo letto d’ospedale, disse che avevano promesso di affrontare in Parlamento le preoccupazioni dei manifestanti. Meno di un’ora prima Modi era apparso in un video Instagram in stile selfie, promettendo di far approvare una legge di riforma dell’istruzione.
I dirigenti del CJP espressero sollievo per la prospettiva della ripresa di Wangchuk, ma presero le distanze dalla sua decisione di fare pace con i ministri del BJP e continuarono la protesta senza di lui. Online, nel frattempo, né il video pacchiano di Modi né — come lo definì un utente dei social — il suo tempismo notturno da «fuckboy» piacquero al pubblico della Generazione Z cui erano destinati; una raffica di reel derise l’inquadratura centrata sulle narici, il tono strascicato e i goffi tentativi di apparire cool chiamando i manifestanti «amici».
Il giorno seguente la polizia sparò diverse salve di lacrimogeni su Parliament Street. Alcuni manifestanti rovesciarono le barricate; in precedenza avevo visto persone appollaiate sugli alberi lanciare bottiglie d’acqua vuote e bastoni contro gli agenti, e ora un numero maggiore scagliava oggetti simili da terra. A loro volta i poliziotti picchiavano i manifestanti che riuscivano ad afferrare dalla folla in rapido arretramento. Pochi minuti dopo, Pradhan, ministro dell’Istruzione, annunciò le proprie dimissioni su X. (Significativamente, non ammise alcuna irregolarità.)
Quando la notizia si diffuse tra la folla, la gente urlò e saltò. Risuonarono grida di «Abbiamo vinto!» e «Viva la rivoluzione!». Poche ore dopo il CJP, affermando che il governo aveva assicurato che nei giorni successivi non avrebbe punito i manifestanti, dichiarò conclusa la protesta. Per la maggior parte dei partecipanti fu un giorno di vittoria, anche se altri temevano che le manifestazioni fossero state interrotte prematuramente, proprio quando il movimento aveva acquistato slancio. Mentre festeggiavano con gli amici, alcuni studenti mi dissero di chiedersi che altro avrebbero potuto pretendere se avessero continuato.
[1] Naxal: termine che designa in India i militanti e i movimenti comunisti rivoluzionari di ispirazione maoista. Il nome deriva da Naxalbari, una località del Bengala Occidentale dove nel 1967 scoppiò un’insurrezione contadina che diede origine al movimento naxalita. Per estensione, il termine viene talvolta usato in senso spregiativo per definire militanti o intellettuali accusati di simpatie maoiste o di radicale ostilità nei confronti dello Stato.

Nei giorni successivi lo scetticismo verso il ramoscello d’ulivo del governo si sarebbe rivelato giustificato. Nel corso della notte, mentre la polizia sgomberava il luogo da persone e materiali, il governo cominciò a rimangiarsi la promessa di non compiere rappresaglie. Più di cento manifestanti in tutto il paese si trovarono ad affrontare accuse penali; The Indian Express riferì che la polizia di Delhi, rovistando tra mucchi di rifiuti a Jantar Mantar alla ricerca di confezioni etichettate, aveva preso di mira i ristoranti della città che avevano fornito cibo ai manifestanti. Cercando di salvare la situazione, il CJP minacciò di ristabilire l’accampamento. Il governo si affrettò allora ad assicurare al CJP che avrebbe rispettato la propria parte dell’accordo — anche se, più di un mese dopo, continua a rifiutarsi di fornire alla Corte suprema l’elenco dei rapporti d’incidente contro i manifestanti affinché il tribunale possa archiviare quei casi. Link
Il regime di Modi sembra aspettare che il malcontento svanisca. I leader dell’opposizione chiedono un dibattito parlamentare sulle proteste, ma il governo si è rifiutato di sedersi al tavolo. Pradhan è stato sostituito da un altro ministro dell’Istruzione, Pralhad Joshi, forse ancora più suprematista indù e con minori qualifiche accademiche del predecessore. (Nel 2022 Joshi difese la liberazione anticipata di undici uomini indù condannati per lo stupro di una donna musulmana.) Nel frattempo la polizia di Delhi ha ordinato alle piattaforme dei social media di rimuovere ogni contenuto con quelle che un articolo definisce «osservazioni offensive» contro il primo ministro. Link
Il 31 luglio Modi pubblicò un altro video selfie in cui «perdonava» i «bambini cattivi» che avevano usato un linguaggio offensivo contro di lui, ma un esercito di troll online — che, in un’altra vicenda, The Washington Post ha collegato direttamente all’infrastruttura informatica del BJP — continuò a bombardare le manifestanti con minacce di stupro e di morte. Una ragazza di quindici anni che aveva definito il primo ministro un «cazzo» fu costretta a scusarsi pubblicamente a causa di una campagna d’odio che ha ormai obbligato lei e la sua famiglia a trasferirsi. Link
Il movimento, tuttavia, sembra proseguire. Negli ultimi mesi ha nel complesso lasciato la capitale per penetrare nelle zone interne del paese. Nello stato orientale del Jharkhand, studenti universitari hanno iniziato uno sciopero della fame per protestare contro irregolarità in un esame statale di assunzione. Delegazioni sia dell’AISA sia del CJP si sono recate in Jharkhand per sostenerli prima di intraprendere separate tournée nazionali di mobilitazione. Dopo quasi un mese di proteste, gli studenti del Jharkhand hanno sospeso l’agitazione quando il governo statale, non alleato del BJP, ha accolto alcune delle loro richieste. Più di recente, in agosto, la polizia dello stato del Bihar, governato dal BJP, ha usato cannoni ad acqua contro manifestanti che marciavano verso la casa del ministro capo per chiedere che lo stato gestisse in modo più equo gli esami di reclutamento. Un gruppo di studenti, parte delle più ampie proteste legate all’istruzione in Bihar, ha poi accettato di sospendere l’agitazione dopo che il governo ha ceduto su una richiesta importante.
Lo sviluppo più sorprendente è l’allargamento della base del movimento. Scolari in varie parti dell’India hanno scioperato per chiedere più insegnanti e strutture migliori, una tendenza che gli utenti dei social media hanno descritto come «la Generazione Alpha si solleva». Il CJP, che ha scelto di restare un gruppo di pressione invece di entrare nella politica elettorale, ha ora adottato l’istruzione primaria come prossima grande causa.
La natura diffusa del movimento è insieme la sua forza e la sua sfida maggiore. Se è insensato aspettarsi che una protesta di massa sia dottrinaria, sarebbe altrettanto sciocco tentare di separare i fallimenti amministrativi del BJP dal suo chiaro progetto ideologico. Se il movimento vuole mantenere la pressione e alla fine provocare un cambiamento elettorale significativo, con ogni probabilità dovrà unire le proprie rivendicazioni ecumeniche a una denuncia più esplicita della politica divisiva perseguita senza tregua dal BJP.
Generazioni di manifestanti studenti del paese hanno insistito proprio su questo punto. Sei anni dopo il suo incarceramento, Umar Khalid compose una lettera pubblica a Rohith Vemula: «Caro Rohith, in una fredda notte stellata guardo il cielo dalla mia cella. Individuo la stella più luminosa e immagino che sia tu che mi sorridi da lassù». Khalid avrebbe voluto che Vemula fosse con lui in libertà, perché potessero non solo confrontare le loro «frustrazioni» e i loro «amori», ma «dibattere e decifrare che cosa è andato storto nella vita di questa Repubblica». Era chiaro per lui che proprio questo tipo di coscienza politica tra gli studenti era ciò che il governo cercava disperatamente di prevenire. «Spingendoti alla morte e mettendomi in prigione, hanno fatto in modo che questa conversazione non potesse mai concretizzarsi», scrisse. «Perché è questo che il regime teme: giovani che pensano».
Poorna Swami è una scrittrice, traduttrice, ricercatrice e coreografa di Bangalore, India.
Scrive di arte e cultura, letteratura e politica. I suoi saggi, le sue critiche e i suoi reportage sono apparsi, tra le altre pubblicazioni, su The New York Review, Lux, sul blog della London Review of Books, The Caravan, Open e Mint-Lounge. Le sue poesie sono state pubblicate in riviste come Indiana Review, Hayden’s Ferry Review, Indian Quarterly e Prelude.
Dal 2015 al 2017 Poorna è stata editor-at-large per l’India della rivista trimestrale internazionale online Asymptote e ha co-curato il primo dossier speciale della rivista dedicato alla poesia in lingue indiane tradotta in inglese. Nel 2018 ha ricevuto il Srinivas Rayaprol Poetry Prize per giovani poeti indiani. Ha inoltre ricevuto il Jawad Memorial Prize nel 2023, un ALTA Emerging Translators Mentorship nel 2024 e il premio PENxSALT Translates nel 2026 per le sue traduzioni dall’urdu.
A sette anni Poorna ha iniziato a studiare Bharatanatyam, forma classica di danza indiana, per poi ampliare la propria formazione alla danza contemporanea e alle tecniche postmoderne. Le sue opere coreografiche attraversano spesso diverse discipline, ma sono radicate in indagini formali sul corpo. I suoi lavori sono stati presentati sia in India sia negli USA, più recentemente alla G5A Foundation for Contemporary Culture, al 1 Shanthi Road Studio/Gallery, da Chatterjee & Lal e al Serendipity Arts Festival. Nel 2018 ha ricevuto una borsa danceWEB presso ImPulsTanz – Vienna International Dance Festival.
Poorna ha conseguito un BA in Danza-Teatro e Inglese al Mount Holyoke College. Attualmente sta svolgendo un dottorato in Studi dell’Asia meridionale e in Studi su donne, genere e sessualità alla Harvard University.
Note del traduttore
Bhimrao Ramji Ambedkar (1891-1956), giurista, economista, politico e riformatore sociale indiano nato in una comunità dalit, fu una delle principali figure della lotta contro il sistema delle caste. Presidente del comitato di redazione della Costituzione indiana e primo ministro della Giustizia dell’India indipendente, è divenuto un riferimento fondamentale dei movimenti dalit e anti-casta.
Naxal: termine che designa in India i militanti e i movimenti comunisti rivoluzionari di ispirazione maoista. Il nome deriva da Naxalbari, una località del Bengala Occidentale dove nel 1967 scoppiò un’insurrezione contadina che diede origine al movimento naxalita. Per estensione, il termine viene talvolta usato in senso spregiativo per definire militanti o intellettuali accusati di simpatie maoiste o di radicale ostilità nei confronti dello Stato.



